La bonifica è finita. «Nel sottosuolo faentino abbiamo trovato davvero tantissimi ordigni, è stato uno dei lavori che mi ha dato più soddisfazione». E’ contento Antonio Galvivi, sminatore professionista. O meglio: rastrellatore bonifica campi minati. «Del resto – dice – la maggior parte degli abitanti del mio paese sono impegnati nel settore».
San Pietro Infine è l’ultimo comune della provincia di Caserta, al confine con Lazio e Molise. Un villaggio di 1200 anime, completamente raso al suolo dai bombardamenti del 1943. «È l’unico paese al mondo interamente e totalmente ridotto in macerie, fatto tutto in pietra e cancellato dal secondo conflitto mondiale». Le immagini della devastazione di San Pietro Infine sono state tra l’altro immortalate da John Houston nel suo film documentario The Battle of San Pietro. Risalente all’epoca sannitica, diventato Monumento nazionale della pace nel 1998 e decorato Medaglia d’oro al valor civile «Il villaggio originale resta oggi così come la furia della guerra lo ha ridotto, dunque un ammasso di ruderi, mentre il nuovo paese è stato riedificato di sana pianta un poco più a valle».
Sminatori si nasce. «Fin da bambino – ricorda Antonio Galvivi – insieme agli altri miei compagni di giochi giravamo tra le rovine del paese raccogliendo gli oggetti della guerra, elmetti o resti di bombe. Se nasci a San Pietro è chiaro che fare lo sminatore diventa una passione. Il brevetto per questo lavoro viene concesso dalla scuola del Genio militare di Roma, in cui ho frequentato il corso e che ogni due anni esegue il richiamo e le visite mediche sul bonificatore per verificarne nuovamente l’idoneità».
Nel 1988 Galvivi viene assunto da una ditta di Firenze, una delle società più importanti del settore ed inizia così a girare l’Italia. «Devo gran parte dell’esperienza al mio maestro, il genovese Manlio Borri, già maresciallo dell’Esercito che lavorava poi al Genio». Tantissimi i ritrovamenti di ordigni di grosso calibro effettuati. «Già nel 1992 – racconta – proprio in Romagna, a San Severo di Cotignola, nella bonificazione su commissione privata di un podere, spuntò dal sottosuolo una bomba americana di cinquecento libbre, oltre ad una decina di granate. Diversi i rinvenimenti dello stesso genere: a Porto Santo Stefano, alla stazione di Napoli Gianturco, a Castenaso di Bologna erano addirittura quattro le bombe. E poi a Torino, dove ora è sorto il palaghiaccio per i Giochi olimpici, e a Rovigo ne ritrovammo due da mille libbre, mentre a Feltre c’era una fossa piena di ordigni al fosforo risalenti alla Prima guerra mondiale».
La bonifica. Ma come funziona il lavoro dello sminatore? «Inizialmente si effettua un sopralluogo di superficie, stendendo una cordella che crei un corridoio di ottanta centimetri per scandagliare palmo a palmo il terreno con il tecnologico metal detector Ferex4021. Nella fase di scavo si utilizzano mezzi meccanici, a seconda della profondità può essere utile anche una trivella. In quel caso il Ferex viene montato in versione subacquea e introdotto nel terreno per verificare se ci sono anomalie magnetiche. Un ordigno scende nel sottosuolo a seconda della consistenza del terreno, nel cimitero di Parma dovemmo scavare fino a sei metri, ma in genere se non esplodono significa che mantengono l’ogiva verso l’alto, dunque poi tendono a salire». Si tratta di un lavoro rischioso? «Naturalmente rilevare la presenza di bombe non è come andare a funghi, ma in Italia il pericolo è già molto minore rispetto alle zone estere disseminate di mine. Tra gli episodi più rischiosi che ricordo, sicuramente quello del 1999, negli scavi salesiani alla stazione di Bologna Centrale: l’ordigno, portato in superficie, era in attesa di essere fatto brillare, la zona circostante era stata messa in sicurezza, ma un ragazzo, di notte, si mise a prendere a mazzate quella gigantesca bomba da 1000 libbre. Per fortuna non successe nulla».
Gioco di squadra. Un segnale emesso dal metal detector va poi accertato scrupolosamente, dopodiché è la stessa società di bonifica a segnalare ed allertare tutti i vari enti e forze preposte, dalla Questura ai Vigili del fuoco al personale del Genio militare. «Nel lavoro dello sminatore – continua Galvivi – è decisivo che gli elementi che compongono la squadra in cantiere siano amalgamati bene tra loro e in questi anni ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare con colleghi straordinari come Gianpiero Masella e Nicola Di Palma. Il nostro è un lavoro di garanzia e prevenzione, la squadra di artificieri che si recherà sul posto dopo di noi non deve avere problemi. Trovare queste bombe disseminate da decenni nel terreno è per noi una soddisfazione, ma anche se la bonifica non dovesse rilevare ordigni saremmo ugualmente soddisfatti».
Da Faenza a Mordano. La squadra arriva nel faentino a giugno 2005. Nella zona di Granarolo, di San Silvestro o di Formellino stanno proseguendo i lavori di allacciamento delle tubature per la distribuzione irrigua ad uso agricolo e industriale diretti dal Consorzio della Romagna occidentale di Lugo e finanziati dallo Stato per conto del Canale emiliano romagnolo. È in questo contesto che il team di sminatori, di cui hanno fatto parte anche Enrico Antonelli, Pasqualino Masella, Leonardo Recchia e Giuseppe Vecchiarino, tutti originari di San Pietro Infine, è stato ingaggiato. I lavori, conclusi alla fine di ottobre, hanno portato alla luce una settantina tra ordigni inesplosi, proiettili, granate di vario calibro (dai 75 ai 149 millimetri) e bombe da mortaio. «Tra i ritrovamenti più significativi – ricorda e conclude il capocantiere Antonio Galvivi – due pezzi da cinquecento libbre a distanza di dieci metri l’uno dall’altro in via Donesiglio, ed altre due analoge nella campagna di Granarolo». Finito a Faenza, il lavoro per conto del Cer continua ora a Mordano.
Claudio Ossani