Un mare pieno di bombe

FOTO E TESTO DI Gianni Lannes

 

Sul fondo dell’Adriatico si trova un vero arsenale chimico. Ma gli avvertimenti della comunità scientifica internazionale sono stati finora ignorati

 

Sessantaquattromila le hanno già recuperate, tra incidenti vari. Ma chissà quante ancora ce ne sono, di quelle bombe chimiche che tra il 1946 e il 1995 furono scaricate nell’Adriatico «Sui fondali è presente armamento convenzionale (bombe d’aereo, mine, proiettili d’artiglieria) e soprattutto chimico», spiega il biologo Ezio Amato dell’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) sponsorizzato dal ministero dell’Ambiente che, dal 1997 al 1999 ha monitorato l’impatto dei residuati bellici sugli ecosistemi marini dinanzi a Molfetta. «Quest’ultima tipologia», dice Amato, «è costituita da una carica di iprite, fosgene, fosforo e composti contenenti arsenico (lewisite, adamsite, Clark I, Clark II). L’esposizione a tali sostanze provoca nell’essere umano danni molto seri, data l’azione di tipo vescicante, asfissiante, irritante e tossica». L’iprite, infatti, è un liquido bruno, oleoso, volatile, che attacca e distrugge tutte le cellule viventi. Il solfuro di etile biclorurato aggredisce, se respirato, l’apparato cardiovascolare. Colpisce con vesciche e piaghe, senso di arsura, difficoltà a respirare, cecità. La Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha stabilito: «È a rischio di cancerogenicità per l’essere umano». Produce esiti neoplastici – argomenta la letteratura scientifica – a carico dell’apparato respiratorio ed emolinfopoietico anche dopo singole esposizioni. Usata per la prima volta dall’esercito tedesco in Belgio, a Ypres (1917), l’iprite è stata messa al bando dalla Convenzione di Ginevra nel 1925. Le potenze occidentali, tuttavia, hanno continuato a produrla, mascherata dall’industria del cloro. Le fonti storiche parlano chiaro: basta esaminarle. Il bombardamento del porto di Bari dove stazionavano decine di navi alleate come la John Harvey, colme di bombe all’iprite, realizzato dalla Wehrmacht il 7 dicembre 1943, «provocò morte e sofferenze per migliaia di persone.
Fu il più grave episodio di guerra chimica nel secondo conflitto mondiale» scrive Glenn B. Infield in Disaster at Bari (The Mac- Millan Company, New York, 1971). «Nell’agro di Manfredonia (Fg) gli Alleati avevano allestito accanto alle basi aeronautiche della 15ª Air Force, il campo munizioni che si estendeva su di una superficie di 20 chilometri quadrati», rivela Raffaele Occhionero, 88 anni, clerk supervisor del Town Major (comandante del presidio delle forze militari di occupazione), «al termine del conflitto le bombe proibite vennero scaricate a qualche miglio costiero dai prigionieri tedeschi». Lo Stato italiano e quello inglese sono tenuti al segreto militare fino al 2018 e i loro archivi risultano inaccessibili. La prima censura fu ordinata da Churchill per celare le responsabilità britanniche nell’uso di un aggressivo chimico vietato dalle norme internazionali. Le autorità militari e civili del Belpaese non hanno sfigurato, tanto da «distruggere le cartelle cliniche degli infortunati», argomenta Nico Perrone, docente universitario dell’ateneo barese:
«Occultando le cause degli infortuni i governi italiani hanno impedito che i numerosissimi malcapitati venissero curati efficacemente». Le indagini della cattedra di Igiene industriale dell’Università di Bari e una ricerca dell’Istituto di medicina del lavoro documentano l’ecocidio: «La frequente contaminazione da iprite dei pescatori ha assunto caratteristiche di massa». Il professor Giorgio Assennato, direttore dell’Istituto di Medicina del lavoro di Bari avverte:
«Le conseguenze della guerra di oltre mezzo secolo fa ricadono ancora oggi sulla gente di mare. Sono caduti nel vuoto gli avvertimenti della comunità scientifica internazionale che da tempo ha messo in luce le conseguenze di lungo
periodo e l’alto rischio cancerogeno».

PESCI A RISCHIO. L’archivio di Stato è una fonte inesauribile di rivelazioni: i fondali di alcune zone di mare comprese fra Molfetta e Manfredonia furono utilizzati dal 1946 al 1955 come discarica dell’immensa quantità di bombe chimiche che gli angloamericani custodivano a Bari nell’Adriatic Depot e nel grande campo d’aviazione del Tavoliere. La richiesta al governo italiano di affondamento fu indirizzata direttamente dal governo Usa al fine di occultare prove compromettenti. Gravi danni alle persone possono derivare anche dal maneggio e dal consumo del pesce contaminato come ha evidenziato il Cnr (Consiglio nazionale ricerche) nel 1985. Un rapporto top secret dell’ex ministero della Marina mercantile riconosce che «un quarto dell’intera superficie marittima del basso Adriatico è inutilizzabile per la pesca a strascico». Il problema è che, nonostante le promesse istituzionali, non si sa come recuperare e smaltire accumuli di iprite e fosgene ingentissimi, ormai privi di ogni protezione esterna. «Non sappiamo
quanti ordigni ci sono in mare. 64 mila, comunque, li abbiamo recuperati», dichiara il colonnello Giorgio Seccia, vice direttore dello stabilimento militare, «materiali di difesa nucleare-batteriologica» di Civitavecchia. Che sorte è toccata ai residuati bellici? Soltanto una minima parte è stata stoccata in fusti e raccolta in casse di legno all’aria aperta, in barba alla Convenzione di Parigi del 1993 – ratificata dall’Italia nel 1995 – che prevede la distruzione di tutti gli stock esistenti. E il resto? «Lo Stato gioca al risparmio», puntualizza Ugo d’Atri, comandante di vascello, in forza al Maricogecap di Roma, «i fondali dell’Adriatico ma anche quelli del Tirreno sono disseminati di residuati bellici pericolosissimi». In Italia gli stabilimenti di produzione degli aggressivi chimici – Avigliana, Rho, Bussi sul Tirino, Foggia – attendono una bonifica. E continuano gli incidenti. A farne le spese recentemente il sommozzatore Lorenzo Ciani di Manfredonia che ha rimediato due settimane di prognosi. L’8 ottobre sono state agganciate dal peschereccio Partenope a 3 miglia dal porto sipontino, 11 bombe al fosforo che – a contatto con l’aria – hanno preso fuoco ustionando due pescatori. Angelo Salvemini
fa un po’ di conti: «Abbiamo subito danni per 15-20 milioni, alle reti e ai calamenti. Come farò a riprendere il mare? Perché la zona delle bombe non è indicata sulle carte nautiche?».


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